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Intervista /// Lags

Dalla nascita del disco ai progetti per il futuro. Quello che dovete sapere sulla band italiana che pianifica la fuga.

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I Lags nella formazione con Andrew Howe alla batteria Backstage Photo ©Lucyu Photographer

Qualche mese fa abbiamo avuto occasione di parlarvi dei romani Lags e di “Pilot”, il loro disco di esordio. Lo scorso venerdì (11/03/2016, ndr), in occasione del loro concerto al CPA Firenze Sud, abbiamo incontrato Antonio, cantante e chitarrista della band, per una bella chiacchierata pre-live.

“Pilot”, il vostro primo disco, è stato pubblicato lo scorso autunno. Puoi raccontarci come è nato il disco e quali sono state le scelte dietro la sua genesi? Ad esempio, cosa vi ha portato a cantare in inglese? Ritenete di poter avere un buon appeal all’estero?

Il disco è stato registrato nei primi mesi del 2015, è uscito a Ottobre solo per una questione di logistica, ed è stato scritto durante tutto il 2014. Il processo è stato molto spontaneo, abbiamo fatto quello che volevamo senza prefissarci dei limiti o degli obiettivi. Abbiamo avuto parecchi cambi di line-up, durante la scrittura, e questo ha portato a determinate scelte. Infatti, i testi sono stati scritti quasi tutti dal nostro ex cantante e successivamente integrati da me e dal bassista. Fondamentalmente, “Pilot” è una sorta di diario di bordo di quello che ci è successo durante i due anni trascorsi dalla nostra formazione, i testi raccontano di questo. Abbiamo scelto di scrivere il disco in inglese perché Andrew, il nostro batterista, è di origini losangeline e volevamo rappresentare al meglio quello che è l’insieme della band. Inoltre, non volevamo scrivere in italiano perché non ci riesce! (ride ndr) Sarà un paradosso ma è così, quindi abbiamo preferito scegliere la lingua inglese e rimanere il più mistici possibile all’interno della scrittura dei brani. Credo che il disco, grazie a questa cosa, oltre al fatto che utilizziamo delle sonorità molto legate all’estero, abbia un forte appeal fuori dall’Italia, dove è stato accolto molto meglio. Abbiamo un ufficio stampa inglese che ci ha supportati fin dall’inizio, credendo molto in quello che facciamo ma, purtroppo, per ovvi motivi logistici, suonare all’estero non è facilissimo, ma stiamo pianificando di andarci, perché è giusto sperimentare sulla propria pelle che cosa vuol dire.

Il disco è uscito per To Lose La Track, un’importante label indipendente italiana molto legata al panorama punk/post-hc e simili. Cosa significa lavorare con un’etichetta di questo tipo? Che tipo di rapporto avete? Come è nata la collaborazione?

Noi non siamo una band che si nasconde dietro all’egida dell’indipendente a tutti i costi, cerchiamo solo di ottenere sempre il massimo da tutto quello che facciamo. Certo è che lavorare con un’etichetta come To Lose La Track è facile, nel senso che il prodotto è lasciato completamente nelle tue mani e hai la più completa libertà di scelta sulle cose che fai. Lavorare con TLLT è una benedizione, hai libertà a 360 gradi: noi volevamo fortemente fare un disco per loro, però sappiamo bene che Luca (Benni, patron di TLLT ndr) sceglie accuratamente le band con cui lavora, e quasi devono essere scelte prima dai gruppi che sono nel roster. Abbiamo avuto la fortuna che i Chambers di Pisa, insieme ai Don Boskov di Terni, ci hanno spinto e hanno sottoposto il nostro disco all’attenzione di Luca, che si è interessato. Il trattamento ricevuto è stato esemplare, siamo felicissimi e non potevamo fare scelta migliore. Anche perché, oggettivamente, non facciamo un prodotto che va su major (almeno in italia), quindi, dovendo fare una scelta, meglio che ricada su questo tipo di etichetta, piuttosto che qualcos’altro, magari di più grosso, ma che ti individua come un qualcosa all’interno di un roster più ampio, in cui sei un gruppo come gli altri. In TLLT non sei mai un gruppo come gli altri, ogni band ha la sua identità, la sua storia e il suo peso e questa è una cosa che oggettivamente ti aiuta molto nel quotidiano.

In questo periodo siete in giro per l’italia, avete già macinato diverse date e molte altre ne verranno. Avete anche avuto l’occasione di supportare i Beach Slang nelle due date italiane (Bologna e Livorno) del loro tour. Com’è andata questa esperienza? Ci sono state delle particolarità rispetto agli altri concerti?

La particolarità, prima di tutto, è che sei l’ospite, sei tu che supporti una band molto più grande di te, con un seguito proprio, per cui non fai parte di una serata in cui sei l’”headliner” o un gruppo nella scaletta, sei semplicemente un gruppo che apre. Certamente è stata un’occasione bella per noi perché siamo riusciti a suonare davanti a persone che altrimenti non sarebbero mai venute a vederci e magari, in alcuni casi, le abbiamo anche convinte di quello che proponiamo. Aprire per un gruppo così importante in questo momento è sicuramente un’esperienza stimolante, ho chiesto fortemente a Simone (Franchi ndr) di Hellfire Booking, che ha organizzato le date dei Beach Slang, di suonare con loro. Simone seguiva le nostre date da prima ancora che arrivasse Luca Mazza di No Reason Booking, per cui tutto è avvenuto grazie a una serie di rapporti personali che ci hanno portato lì. E non si tratta di favoritismi ma di rapporti maturati in anni di amicizia che ci hanno portato ad aprire a una band molto bella. Purtroppo non ho avuto modo di interagire molto con loro perché, come spesso capita, le band americane, almeno che non si crei una scintilla particolare, vedono tante band e tanti posti, sono di passaggio e tengono rapporti limitati. Però, come dicevo, ci ha permesso di suonare davanti a un pubblico che tendenzialmente non verrebbe a vedere un concerto dei Lags, e ci ha portato delle grandi soddisfazioni. Poi abbiamo scoperto che tanta gente è venuta a vedere noi! E, sapendo che suonavamo con i Beach Slang, si è detta “cazzo, andiamo a vedere i Lags e poi ci sono i Beach Slang!” Questa è una cosa che non ci aspettavamo e che ci ha fatto piacere… perché ti dici che forse qualcosa di buono l’hai combinata in quest’anno!

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I Lags al CPA Firenze Sud in occasione del live, quando li abbiamo intervistati

Stasera suonerete al CPA Fi Sud, storico centro popolare autogestito di Firenze. Avete avuto altre occasioni di suonare in spazi occupati/autogestiti o comunque in situazioni analoghe? Qual è il vostro rapporto con questo tipo di realtà?

Beh, sicuramente suonare nei centri sociali è sempre meglio, per quanto mi riguarda. Ho una storia musicale abbastanza lunga, suono da dieci anni e ho sempre preferito esibirmi nei centri sociali piuttosto che nei locali per molti motivi. Prima di tutto, perché le cose vengono fatte con un’attenzione diversa: c’è un amore maggiore per le cose che si fanno e la maggior parte delle volte chi organizza lo fa per passione e ha un obiettivo che è avulso dalle logiche di mercato e dal portare gente a tutti i costi. Abbiamo suonato, ad esempio, al Cox di Milano, che è un centro sociale storico, o allo Spartaco di Roma. Quindi non è la prima volta che suoniamo in un centro sociale e ci piacerebbe suonare in molti altri posti di questo tipo. Per quanto mi riguarda, pur senza disdegnare i club “normali”, è la situazione ideale, anche perché ti permette di parlare ad un pubblico di un certo tipo. Siamo una band che ha anche dei testi politicizzati, magari non necessariamente troppo intellettualoidi, ma con un messaggio forte che è più facile esporre in un centro sociale, dove le persone sono più preparate rispetto a un locale qualsiasi in giro per l’Italia.

Parlando di musica politicizzata… avete delle band a cui fate riferimento? Quali sono i gruppi che fanno parte del vostro background?

Ognuno di noi ha un background molto diverso. Il disco è frutto di una collaborazione forte tra me (cantante e chitarrista), Andrew (il nostro batterista, che purtroppo spesso non può seguirci nelle date), Daniele (il bassista), Luca (il nostro ex cantante) e Gianluca (il chitarrista ), che è arrivato dopo. Diciamo che c’è un trait d’union dal punto di vista degli intenti sociali e del messaggio, differiamo completamente per gli ascolti: Andrew è un metallaro, è fissato con i Sepultura, i Pantera e gli Slayer, io ho un background indie anni ’90 (Fugazvi, At The Drive-in, Rival Schools, etc.), Daniele viene dal punk (Nofx, Rancid, Adolescents e così via), Luca mischia punk, indie e hardcore, mentre Gianluca, che proprio per questo è stato un ottimo ingresso per noi, viene da un background completamente diverso, più ricercato a livello di suoni, e ci sta dando una mano grossissima nel trovare un’identità che non sia necessariamente inquadrata negli anni ‘90.

Infatti, ascoltando il vostro disco si può apprezzare una commistione di suoni che va dal punk-rock/post hardcore più intransigente all’alternative rock/rock indipendente. C’è quindi una componente aggressiva, con un muro di suono imponente, ma anche una più melodica e orecchiabile, con ritornelli da sing along garantito. Questo tipo di songwriting è nato da una scelta precisa?

Il disco è l’espressione più genuina di quello che volevamo. Come dicevo, non ci siamo imposti nessun tipo di obiettivo, io ho scritto il disco insieme agli altri senza pensare a un certo tipo di suono o a un certo obiettivo e non sapevamo come sarebbe stato collocato all’interno del panorama italiano (generalmente molto più standardizzato e settoriale). Noi abbiamo fatto una cosa che, fondamentalmente, rappresenta al 100% le nostre intenzioni, senza però prefissarci niente. Abbiamo ricevuto un grande aiuto da parte di Lorenzo Stecconi, che ci ha registrato il disco e che ha prodotto, fra gli altri, gruppi come Ufomammut, Zu e Hierophant, che fanno un genere completamente diverso dal nostro. Questa è stata l’unica scelta che abbiamo seguito: quella di non farsi produrre dai soliti noti italiani, non perché non siano bravi, anzi, ma perché volevamo che una persona con background, ascolti e intenti completamente diversi dai nostri prendesse la nostra roba e la rimodellasse. Magari non secondo il suo gusto, ma secondo i nostri gusti e il suo ideale di musica e i sui obiettivi. E’ venuta una cosa che non mi sarei mai aspettato, perché all’inizio avevo un’idea completamente diversa del disco. Ma anche questa, comunque, non è una scelta che è stata decisa a tavolino. Ci siamo seduti al tavolo e ci siamo chiesti “che cosa ci piace? Cosa non ci piace? Come vorremmo che suonasse il disco?” e da lì è nato tutto. Per cui è completamente onesto e senza orpelli di sorta.

Domanda di rito: avete programmi per il futuro? State già pensando a quale potrebbe essere il successore di “Pilot”? Avete già in cantiere qualcosa?

Stiamo già scrivendo il disco nuovo, nonostante le difficoltà logistiche (anche perché Andrew, pur non facendo parte del tour e delle date, perché ha un lavoro e una vita completamente diversa dalla nostra, è parte integrante della composizione). Mentre “Pilot” era stato pensato per una chitarra e riarrangiato in seguito con due chitarre, in questo caso stiamo scrivendo un album con due chitarre, basso, batteria e tre voci (e anche questo vuole dire tanto). I pezzi nuovi sono parecchio diversi rispetto al disco, secondo me sono un upgrade: non sono diversi nell’intento, ma nelle sonorità e nella composizione. Certamente vorremmo fare un disco a breve perché questa formazione è nuova e abbiamo bisogno di esprimerci al meglio e al massimo delle nostre potenzialità. Stiamo cercando di fare più date possibili e, come dicevo prima, ci piacerebbe andare anche all’estero, per tastare un po’ e vedere com’è la situazione, anche perché nessuno di noi ha mai suonato fuori dall’italia ed è un’esperienza che vorremmo fare.

Poco più tardi Antonio e i Lags salgono sul palco del CPA, con un grande incazzo addosso e la voglia di spaccare tutto.

| di Tommaso Da Settimo

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