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MACCHIE D’INCHIOSTRO /// Le Storie (In)Finite

Quando i fumetti vengono tirati per i capelli

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Claudio Villa e Bruno Brindisi (Bonelli) alle prese con Superman e Batman

Tutti amiamo (chi più chi meno) leggere alcune storie a fumetti in particolare; chi ama la comicità, chi l’orrore più nero, chi preferisce ritrovarsi immerso nell’avventura, e chi invece stima di più le trame psicologiche ed introspettive, quei fumetti celebrali in cui se ti perdi una vignetta sei perduto. Ebbene, nonostante a tutti piacciano storie diverse, tutti quanti siamo prontamente ferrei su una risposta; e se il tuo fumetto preferito finisse, come reagiresti? Molti, la stragrande maggioranza, risponderebbero a tono dicendo che si strapperebbero i capelli, se ne farebbero una ragione poco dopo, e verserebbero amare lacrime sulle pagine dell’ultimo volume. Ora però, chi vi scrive vuole porre una questione, o per meglio dire una riflessione, che riguarda principalmente alcune frange del mercato fumettistico, che poi analizzeremo. La domanda è: e se i fumetti non finissero mai?

Vado a spiegarmi meglio; esistono svariati tipi di serializzazione collegata ad una particolare serie, si va dai fumetti il cui finale, sviluppo ed andamento nella storia e pressoché inesistente, ogni tot numeri (solitamente ogni annata) si va avanti un piccolo passo nella trama principale, che rimane sempre e comunque un elemento quasi insignificante del tomo di base , trasformando l’intero corpus in un Lore (estrapolando un termine direttamente dal mondo videoludico, particolarmente dei giochi di ruolo; con questa parola, che in inglese significa conoscenza, si denotano i tratti fondamentali di un popolo, e l’apprendere sempre più visceralmente le loro caratteristiche man mano che si procede nella partita). Prendete ad esempio i nostrani Bonellidi o i fumetti seriali americani; non si tratta soltanto di una serie composta da tot numeri, e che poi arriva ad una conclusione certa, si tratta più di enormi ed intricati microuniversi, in cui inserire personaggi, sottotrame, trame principali ed un protagonista, riuscendo così a portarlo avanti praticamente all’infinito. Salvo poi magari operare scelte editoriali come enormi rivoluzioni (ed in questo i comics USA sono maestri), oppure diversificare la testata, al fine di portarla al passo coi tempi (la “rivoluzione dylaniata” di Recchioni è un esempio lampante).

Un wallpaper con i protagonisti dell'anime "Naruto" basato sull'omonimo manga

Un wallpaper con i protagonisti dell’anime “Naruto” basato sull’omonimo manga

Dunque, serializzazione si, ma anche cercare di capire le differenze fra le varie testate; questo poi non significa ovviamente che in un prossimo futuro un “Tex“, un “Batman” o un “Dylan Dog” non possano arrivare a conclusione, ma semplicemente che il loro puntino finale è ben lontano dall’essere anche immaginato. Anche perché, specialmente nei fumetti così serializzati, e che hanno una cadenza regolare (solitamente mensile o bimestrale) si tende a farla finita quando entra in gioco un unico ed importante fattore regolamentare, quello delle vendite. Passando oltre però, e continuando a cercare la risposta alla domanda, proviamo a spostarci su fumetti la cui fine invece è certa e ben delineata nella nostra mente. A questo proposito, difficile ammetterlo per molti, ma altrettanto cristallino negli occhi di tanti altri, fiamma che arde in quel senso sono i manga giapponesi. L’editoria orientale ha un concetto diverso di parole come marketing, vendite, serializzazione, storie, trame ecc ecc; semplicemente in Giappone quando viene scovata una gallina dalle uova d’oro (“One Piece“, “Naruto“, “L’Attacco dei Giganti“, per citarne tre fra i casi maggiori), la serie viene letteralmente trascinata fin quasi a diventare un peso morto, al fine di generare hype nei malcapitati che l’hanno comprata sin dal primo numero, produrre eventuali spin-off, e tutto il merch che ne consegue.

E’ una politica opinabile, e la dimostrazione che il metodo comunque funziona, è che per diversi anni (ultimamente la cosa si è leggermente ristabilita) i manga hanno letteralmente schiacciato il mercato dei fumetti, andando ad intaccare realtà e tradizioni molto più lontane nel tempo. Inseriteci anche il fattore “moda” che funge da cassa di risonanza; se un fumetto non diventa “di moda”, la casa incaricata di stamparlo e divulgarlo ci investirà sempre meno, se invece diventa virale, un precedente mai creato, allora spingerà a più non posso per spremerlo a dovere. Ebbene, siamo ancora con il punto di domanda, ma ormai è il momento di dare una risposta; e se le storie non dovessero finire mai?

Beh, opinione personale di chi vi scrive (e si è trovato invischiato alcune volte in una situazione del genere), è che l’unica soluzione sia sperare nella fine. Sperare che la storia arrivi a conclusione, perché possiamo raccontarci favole quanto vogliamo, su quanto le tavole, il disegno, gli intrecci e tutto ciò che ne consegue, possa essere bello da leggere tutti i mesi, ma vero è anche che se non incappiamo nel “fattore Lore” di qualche riga fa, un fumetto così allungato e reso duttile da numeri riempitivi, rischia di diventare noioso. Sono poi ovviamente scelte dei lettori, e scelte pressoché del tutto personali (dimostrazione è chi spera vivamente che “One Piece” superi il 100esimo volume, e ne è altamente convinto; rovescio della medaglia è che tutto ciò non è dissimile dalla realtà), che vanno sempre e comunque rispettate. L’intento di questo articolo era quello di voler mettere una piccola pulce negli orecchi dei lettori, al fine di capire un po’ meglio come funziona questo enorme mondo che è l’universo dei fumetti.

“L’Orizzonte è la linea che sottolinea l’infinito” (Victor Hugo)

| di Lorenzo Mortai

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