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Maledetti danesi / Storia e curiosità del cinema di Copenaghen

Dalle origini ad oggi. Con i titoli da recuperare di questo nuovo millennio.

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“Lars: The Early Years” (2007) di Jacob Thuesen

Dici Cinema danese ed ecco che subito pensi ad una terra capace di partorire singoli autori di caratura mondiale (da Dreyer a Refn, passando per Lars Von Trier, Susanne Bier e Thomas Vinterberg) ma non in grado di fare sistema e di avere un peso specifico nella più ampia Storia del Cinema tutto o di farsi portatore di significative novità. Niente di più sbagliato. Per confutare tutto questo merita coprirsi adeguatamente e avventurarsi in una Storia che, come tutte quelle che si rispettino, si perde nella notte dei tempi, garantendo brividi e qualche sorpresa. Sapevate ad esempio che senza la coppia Schenstrom e Madsen, famosi con gli pseudonimi di Doublepatte e Patachon, non sarebbero esistiti Stan Laurel e Oliver Hardy, da noi meglio noti come Stanlio e Ollio?

Il cinematografo arriva, a Copenaghen, nell’anno della sua nascita con il primo mockumentary della Storia, il curioso e brevissimo (nemmeno un minuto) “Spostarsi con i cani groenlandesi” di Peter Elfelt, un falso reportage che mostra un povero cristo alle prese con la propria slitta nelle terre danesi innevate. Vederlo arrivare verso la macchina da presa, rigorosamente fissa, per poi vederlo scomparire fuori campo, non può non ricordare il certamente più celebre e coevo “L”arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” dei fratelli Lumière, cui però si aggiunge l’elemento dello sberleffo. Impossibile non lasciarsi scappare un sorriso, impossibile non ridere della sventura di uno dei primi protagonisti della Storia del Cinema, disarcionato dal suo mezzo di locomozione.

Autore di questo primo esperimento, come detto, è tale Peter Elfelt, nome d’arte di Peter Lars Petersen, apprezzato fotografo della ridente cittadina di Hillerod che acquistò ancora più crediti quanto spostò la sua sede di lavoro a Copenaghen. Conosciuto poi come documentarista (ne girerà oltre 200 nella sua vita) nel 1903 realizzerà, giusto per non farsi mancare niente, il primo film di fiction danese “Henrettelsen” (trad. “Esecuzione capitale”), storia drammaticissima di una donna francese condannata a morte per aver ucciso i suoi due bambini. Una “cosetta” leggera insomma, il cui aspetto interessante risiede però nella scelta, da parte di Elfelt, di far interagire gli attori con persone fuori dal campo visivo dello spettatore, con l’obiettivo (centrato) di aumentare la tensione drammatica. Sono anni in cui il cinema danese è in fibrillazione e nel 1906 il il truffatore e saltimbanco Ole Olsen da vita alla Nordisk Film Kompagni che detiene, ad oggi, un piccolo ma significativo record: è la casa di produzione più antica del mondo ancora in piedi.

Al buon Ole e alla sua Nordisk dobbiamo però un po’ di altre cose: la nascita del divismo cinematografico (Eh? Cosa?), l’affermazione del genere “sensazionalistico” su grande schermo (con “La tratta delle schiave bianche” di Alfred Lind, primo “lungometraggio” per la sua durata: 35 minuti anziché i canonici 15), l’imposizione del realismo delle ambientazioni, l’uso espressivo della luce e una recitazione più misurata e meno teatrale, e dulcis in fundo la nascita del termine “vamp”. Cose che, messe in fila così, rendono l’idea di come il cinema danese non sia stato da meno, nel porre i paletti del Gran Palazzo che è il Cinema, rispetto ai francesi o a noi italiani. No davvero.

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L’esterno della Nordisk Film, la casa di produzione più antica del mondo ancora esistente

La crisi, però, è dietro l’angolo. La fine della Prima Guerra Mondiale, infatti, porta con se dele conseguenze catastrofiche (soprattutto perché si chiudono i rapporti con due mercati importanti: quello russo e quello tedesco) e la produzione annua di film nazionali passa dai 152 del 1916 ai 2 del 1939. Una tragedia, roba da prendere e chiudere tutto ma…niente. Sono testardi, sono maledettamente testardi questi danesi. Maledetti danesi. Lo è sopratutto la Nordisk, sopravvissuta alla tempesta, che nel 1931 da alla luce il primo lungometraggio sonoro in lingua danese, “Il pastore di Vejlbi” di George Schnéevoigt. È il remake del film del 1920 del connazionale August Blom e il successo è strepitoso.

E in questi anni di difficoltà il Sistema danese fa delle scelte strategiche chiave: apre il Danish Kulturfilm, che ha lo scopo preciso di produrre documentari, film per ragazzi e cortometraggi, emana una legge che distingue con chiarezza produttori, distributori ed esercenti (questo per evitare, soprattutto, che le grandi case statunitensi possano prendere possesso dei cinema nazionali) e istituisce lo Statens Filmcentral (Centro Statale del Cinema) che è di fatto il veicolo promozionale delle iniziative del Kulturfilm. Fermiamoci un attimo: perché il Cinema danese sceglie di puntare forte su documentari, film per ragazzi e cortometraggi? La risposta è semplice. Si tratta, in tutti e tre i casi, di generi di “formazione” (sociale ed artistica) che permettono, sulla breve ma sopratutto sulla lunga distanza, di creare generazioni di spettatori e potenziali autori consapevoli ma anche di riflettere proprio sul linguaggio cinematografico e sulla sua evoluzione. Di quel periodo si ricordano soprattutto “Nyhavn 17” (1933) di Schnéevoigt, commedia d’amore a tre, e “Palos brudefaerd” (1934, “Il viaggio di nozze di Palo”) di Friedrich Delsheim, storia di Navarana, una ragazza eschimese che vive con i fratelli e il cui cuore è conteso tra due giovani.

L’occupazione hitleriana, a partire dal 1940, portò in sala numerose opere tedesche ma gli spettatori danesi gli preferirono quelle svedesi, mentre le produzioni nazionali del periodo si concentrarono soprattutto su commedie farsesche che facevano il verso a quelle statunitensi, temporaneamente bandite dal Paese. Come altre nazioni, una volta terminato il conflitto, autori come Theodor Christensen (“Si tratta della tua libertà”, 1946), Ipsen e Lauritzen Jr. (“La terra rossa”, 1945) e Johan Jacobsen (“L’armata invisibile”, 1945) raccontarono la Resistenza, mentre ad inizio anni ’50 l’attenzione del pubblico iniziò a spostarsi verso la televisione e, con la chiusura drastica di diverse sale cinematografiche, fu chiaro a tutti che la Settima Arte danese, se voleva sopravvivere, non poteva adagiarsi sugli allori. Gli anni ’60 rappresentano in questo senso il decennio chiave con scelte mirate e lungimiranti: nel 1961 i film iniziano ad essere considerati vere e proprie opere d’arte con il passaggio di consegne, di competenze, dal Ministero di Giustizia al neonato Ministero della Cultura e nel ’66 nasce la Scuola di Cinema di Copenaghen (la Danske Filmskole), un centro di altissima formazione che ammette 4 studenti all’anno.

Morten Grunwald

Un’immagine da uno dei film sulla banda Olsen, famosissima in Danimarca, prodotti dalla Nordisk.

Gli anni ’70 sono il vero decennio buio del cinema danese (un po’ come da noi saranno gli anni ’80), perché il sistema di finanziamento statale inizia a scricchiolare. Nessuno sembra essere interessato ai film d’autore (tranne rari casi) e il periodo è caratterizzato soprattutto dalle commedie erotiche della Palladium e dalla saga della banda Olsen, prodotta dalla Nordisk. I decenni successivi, gli ’80 e i ’90 rappresentano viceversa, rispettivamente, l’affermazione internazionale del cinema danese (i frutti della Scuola nazionale si cominciano a vedere) con film come “Pelle alla conquista del mondo” (1987, Bille August) , “Il pranzo di Babette” (1988) di Gabriel Axel, e la rivoluzione del linguaggio con il Dogma 95 a firma di Lars Von Trier e Thomas Vinterberg.

E cosa si salva (e merita di essere recuperato) da questa prima parte di nuovo millennio? Molto, anche escludendo i soliti nomi noti. Si può ad esempio percorrere una delle linee forti e storiche del cinema danese, come la via del documentario. Il capolavoro è probabilmente il documentario iperrealistico “Armadillo” diretto da Janus Metz Pedersen nel 2010, storia di un contingente danese di stanza in Afghanistan, tra simulazioni di guerra e una Guerra vera che deflagra improvvisa. Costruito come un vero film di finzione è, al contrario, terribilmente vero e ci porta, come non mai, al centro dell’azione, ma non si può non tenere in considerazione un altro reportage come “Snowden’s Great Escape” a cura di John Goetz e Poul-Erik Helibuth, che ruota intorno ai concitati momenti della fuga verso la Russia di Edward Snowden, informatico statunitense reo di aver rivelato al mondo i segreti dell’agenzia per cui lavorava, la NSA (National Security Agency).

Ma la Danimarca sa anche raccontarsi con film tosti come “Land of Mine – Sotto la sabbia” (2015) di Martin Zandvliet, storia (in fondo non dissimile a quello della resistenza italiana) in cui vittime e carnefici, annebbiati ancora dai fumi di guerra, si confondono per ritrovare, nel senso più negativo del termine, la propria componente animale, o come “Royal Affair” (2012) di Nikolaj Arcel, storia del giovane re Christian VII di Danimarca, della sua sposa Caroline Matilda, e Johann Friedrich Struensee, terzo incomodo che, oltre ad accompagnarsi con la bella Caroline, instillerà nella testa del governante idee illuministe.

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Nel cuore della guerra afgana con “Armadillo” diretto da Janus Metz Pedersen nel 2010

Per rilassarsi si può invece recuperare “Thruth About Me” (2010), ricerca della felicità firmata da Nikolaj Arcel, il divertente e divertito western “The Salvation” di Kristian Levring, o per ridere del e sul Dogma “Lars: The Early Years” (2007) di Jacob Thuesen, che racconta, in forma di fiction, gli anni alla Danske Filmskole di un già inquieto e ribelle Lars Von Trier, o “Italiano per principianti” (2000) di Lone Scherfig che si attiene, nel girarlo, al formulario elaborato da Trier,

La protagonista continua poi ad essere la Nordisk Film che, con le sue 110 candeline, è ormai affermata come la casa di produzione più antica del mondo e che, oggi come ieri, non si siede sugli allori: negli ultimi 6 anni, per dire, con l’acquisizione di MUBI ha trasformato la Playstation 3 in una piattaforma di streaming cinematografico, ha rispolverato (per la gioia del connazionali, perché da noi sono sconosciuti) il trio comico Olsen, dandogli una nuova veste con il primo film in 3D danese, e stretto collaborazioni con Dreamworks (leggi Steven Spielberg) e Lionsgate.

Se poi non vi bastasse tutto questo per pensare di rivedere le vostre convinzioni, considerate che il Cinema danese è responsabile dei due primi importanti film di fantascienza della Storia (“Verdens Undergang” e “Himmelskibet”).

Investimento consapevole, consapevolezza del mercato, tradizione e voglia di mettersi in discussione: sono questi gli elementi chiave per comprendere la grande lezione, ancora oggi, del cinema danese ci lascia, insieme ad un boccale di birra “Stronzo” (si, esiste).

| di Stefano Cavalli

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