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PRIMAVERA SOUND FESTIVAL 2016

Racconto delle dozzine di concerti visti e dei tanti chilometri macinati tra i palchi del festival catalano

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Primavera Sound Festival 2016 – © Filippo Laforgia

Si è conclusa domenica 5 giugno la sedicesima edizione del Primavera Sound di Barcellona, uno dei festival più importanti ed attesi d’Europa. Forte di una line-up capace di far tremare i polsi e di garantire un sold out dei ticket in tempo record, quest’annata rappresenta per la manifestazione, con le sue 200mila presenze, una decisa svolta in termini di popolarità e richiamo a livello internazionale. Quanto segue è un breve racconto/report di quella che è stata la mia esperienza in queste giornate di musica, sole e lunghe camminate tra i grandi palchi del “Parc del Fòrum”.

  • PROLOGO

Il mio PS 2016 è cominciato martedì 31 maggio, in occasione del concerto in anteprima degli LCD Soundsystem al BARTS. L’entusiasmo, che inizialmente non avevo provato all’annuncio della reunion degli statunitensi, arriva in massicce dosi alla semplice idea di avere l’occasione di assistere ad un loro concerto in un club di piccole/medie dimensioni. Ritrovandomi tra i non moltissimi fortunati in possesso del biglietto valido per la serata, prendo posto nello splendido locale catalano e attendo trepidante l’inizio dell’esibizione. Le aspettative vengono ampiamente ripagate da un James Murphy in stato di grazia: il frontman sale sul palco, ripone la giacca, si rimbocca le maniche della camicia e, senza tanti convenevoli, attacca con un set a dir poco incendiario e coinvolgente. L’atmosfera (e la temperatura) all’interno della struttura si scalda immediatamente, con il pubblico in delirio totale pronto a scatenarsi su ogni pezzo. Murphy si diverte e fa divertire, scherza con i suoi compagni di palco e conquista i presenti con una setlist che riunisce tutti i grandi pezzi della band. Finito lo show, mentre cerco di capire se sono ancora tutto intero, un ragazzo si ferma per dirmi “this is the best gig i’ve ever been to”. Puoi dirlo forte.

Il giorno successivo il Parc del Fòrum, l’enorme area del festival, si prepara ad aprire i battenti per la prima volta, proponendo una serata di concerti gratuiti per tutti. Tra gli altri, salgono sul palco gli svedesi Goat ed i Suede, la storica band britannica che per l’occasione si esibisce con una scaletta composta esclusivamente da brani del passato. Decido tuttavia di spostarmi ancora una volta al Barts, dove arrivo giusto in tempo per l’inizio del set di Empress Of. La scelta si rivela azzeccata: la losangelina cattura facilmente il pubblico e convince pienamente con i pezzi di “Me”, il suo esordio.

  • GIORNO 1

Concluse le anteprime, si passa al festival vero e proprio. A mezzogiorno viene inaugurato il Bowers & Wilkins Soundsystem, la nuova venue dedicata all’elettronica posizionata a due passi dalla spiaggia. Spetta a Rory Phillips aprire le danze, ma è durante l’ottimo set di Floating Points che si comincia a fare sul serio. Seguono Erol Alkan e Todd Terje, ma proprio mentre il norvegese sta intrattenendo una discreta folla stipata sotto il tendone del soundsystem decido di dirigermi verso il Firestone Stage, dove stanno per salire sul palco i Beach Slang. Nonostante alcuni problemi tecnici, la punk rock band riesce a farsi valere, sparando feedback e distorsioni in quantità sui molti che sfidano il sole cocente per sentire i brani di “The Things We Do to Find People Who Feel Like Us”. Spostandomi nell’area dei palchi principali vengo accolto dagli Algiers, tecnicamente ottimi, ma forse troppo freddi e poco coinvolgenti per affrontare un palco di queste dimensioni a metà pomeriggio. Invece, al Pitchfork Stage va in scena Car Seat Headrest, il progetto del songwriter Will Toledo, fresco della travagliata pubblicazione del suo ultimo disco, “Teens Of Denial”. Pur soffrendo di una resa sonora non proprio eccellente, le canzoni del ventitreenne riescono ad andare a segno, lasciandoci con la voglia di sentire di più. I C + C = Maxigross sono italianissimi e si esibiscono all’Adidas Stage intorno alle 20, conquistando i numerosi presenti con la loro psichedelia made in Italy. Prima della fine del loro set sono costretto ad avviarmi verso l’Aiuditori Rockdelux, posto poco fuori dai cancelli del Forum, raggiungendolo poco prima dell’inizio dell’incredibile live di Kamasi Washington. Tra virtuosismi e atmosfere oniriche, il sassofonista di “The Epic” si esibisce in uno dei concerti più impressionanti del festival, un vero e proprio incanto costruito grazie all’aiuto di una band semplicemente impeccabile.

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Primavera Sound Festival 2016 – © Filippo Laforgia

Tornando in zona Forum, la serata prosegue con il post-rock avvolgente degli Explosions In The Sky, seguito dalla festa dei Tame Impala. Tuttavia, pur avendo apprezzato l’ultimo “Currents”, dopo pochi pezzi riconosco con amarezza di essere fuori dal tunnel del divertimento costruito da Kevin Parker & soci. Sarà la stanchezza, sarà la posizione abbastanza defilata da cui assisto al concerto, ma semplicemente i suoni non mi arrivano e non riesco a farmi coinvolgere. Preferisco quindi spostarmi dal Maestro John Carpenter e alle colonne sonore che ripercorrono buona parte della sua filmografia. Non posso tirarmi indietro per un veloce bis di LCD Soundsystem, ma alle 01:50 di mattina esatte sono sotto al Primavera Stage per l’esplosivo live dei Thee Oh Sees. Devastanti e divertenti, mi trattengono nel mosh pit fino alla fine, lasciandomi con il fiato corto e qualche livido. Con i sempre perfetti Battles al Ray Ban Stage ed il set Helena Hauff in spiaggia si conclude la prima giornata ed il sole è sorto da un pezzo quando rientro nel mio appartamento.

  • GIORNO 2

Passando dagli Aliment al Pitchfork, arrivo all’Adidas, dove si stanno esibendo gli spagnoli Viva Belgrado. Da fan dell’emo/post-hardcore, rimango decisamente colpito dall’imponente muro del suono eretto dai quattro dell’Andalusia. Proseguendo per la via del punk e derivati, arrivo allo stage H&M, dove i Titus Andronicus mi fanno perdere la voce nel giro di quattro pezzi. Forse il grosso palco all’aria aperta non è esattamente la loro dimensione ottimale, ma la band riesce comunque a riversare la propria carica sul pubblico. Poi, dalla parte opposta della sconfinata spianata del Parc del Fòrum, salgono sul palco le scatenatissime Savages. Questo gruppo di guerriere post-punk ha energia da vendere e non manca di dimostrarlo alla platea dell’Heineken stage. Nonostante sia palese che moltissimi dei presenti stiano semplicemente prendendo posto in vista degli headline della serata, le britanniche combattono valorosamente, offrendo uno spettacolo intenso e potente.

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Primavera Sound Festival 2016 – © Filippo Laforgia

Dopo i Beirut visti/non visti –perché ogni tanto ci si deve pur prendere una pausa dalle fatiche del festival- mi preparo psicologicamente all’idea di rinunciare a nomi come Dinosaur Jr., Shellac, e Tortoise per assistere al concerto dei big più quotati dell’anno: i Radiohead. Pur non essendo assolutamente un fan hardcore della band, decido un po’ a malincuore di proseguire e di restare davanti all’Heineken stage. Per fortuna ogni rimorso si dissolve non appena Thom Yorke, Jonny Greenwood e gli altri fanno la loro apparizione e attaccano con i pezzi dell’ultimo “A Moon Shaped Pool”. L’atmosfera è surreale: il brusio di sottofondo e le urla che accompagnano ogni concerto si interrompono e oltre 60 mila persone ascoltano in silenzio la musica degli inglesi. Poi, dopo una prima parte dedicata all’ultima fatica in studio, i nostri passano all’esecuzione di una scaletta plasmata tipo best of, passando da un classico all’altro. Su pezzi come “No Surprises” il canto è d’obbligo ed il coinvolgimento è totale. Arrivano “Street Spirit”, “Karma Police”, “Talk Show Host”, “Paranoid Android” e molte altre. Lasciano il palco con “There There”. Ma è chiaro che manca qualcosa, che devono tornare per aggiungere quella canzone. E infatti, la fanno. Una “Creep” lenta, scazzata, ma che suona come un “grazie” diretto al pubblico in delirio.
Se considero più che azzeccata la scelta di rinunciare ad altre grandi band per sentire i Radiohead, altrettanto non posso dire per gli Animal Collective, il cui set mi lascia con il rimpianto di non aver optato per i Last Shadow Puppets. Non riescono a convincermi al 100% neanche i Beach House, eccessivamente ripetitivi. Realizzo solo troppo tardi che, tutto sommato, “Bloom” è l’unico loro disco che apprezzo veramente. Concludo la mia serata al palco Nightpro con i bolognesi, che, pezzo dopo pezzo, richiamano una sempre più nutrita folla e, pur non inventando nulla, riescono a lasciare il segno con un rock fresco ed energico.

  • GIORNO 3

La mia ultima giornata al Primavera Sound comincia con un giro tra i divertentissimi brasiliani Aldo the Band al Nightpro, Dam Funk al Pitchfork, Autolux al Primavera, fino ad arrivare da Mr. Brian Wilson all’Heineken. Oltre a riprodurre, come da cartellone, “Pet Sounds” nella sua interezza, l’ex Beach Boys ha lanciato sul pubblico del Primavera un buon numero di grandi hit. Ovviamente l’età si fa sentire e Brian lascia spesso spazio alla sua band per riprendere fiato, tuttavia è impossibile non lasciarsi coinvolgere dai tanti pezzi storici riproposti.
Dopo aver ballato con “Surfin’ USA”, devo fare i conti con un’altra decisione difficile: Drive Like Jehu vs Deerhunter. Alla fine decido di spostarmi al Primavera Stage per i maestri del post-hardcore. Sembra quasi che il tempo si sia fermato per la formazione di John Reis: l’attitudine, la cattiveria e la potenza dell’hardcore 90s sembra esserci tutta e i pezzi di “Yank Crime” vengono scaraventati con gran forza sulla platea. Semplicemente mostruosi.

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Primavera Sound Festival 2016 – © Filippo Laforgia

Torno all’Heineken in tempo per ammirare un’incredibile PJ Havery incantare decine di migliaia di persone con la sua musica solenne e trionfale. Tra i musicisti alle sue spalle troviamo anche gli italiani Enrico Gabrielli e Alessandro “Asso” Stefana. I Sigur Rós si presentano con una formazione ridotta a soli tre elementi, eppure riescono ad arrangiare un concerto fatto di atmosfere avvolgenti e toccanti. Certo, è inevitabile riscontrare una potenza sonora decisamente contenuta, ma grazie ad una cura maniacale per i dettagli ed il sapiente incastro di ogni passaggio architettato, Jonsi e i Sigur riescono a sfiorarci gentilmente con la loro musica per più di un’ora e mezza. Gran finale in elettronica con i tedeschi Moderat, chiamati a chiudere l’area dei main stage.
Le ultime ore della notte passano con il set di Dj Coco, un must per i tutti i “primaveristi”. Con il cielo già luminoso, Coco prosegue la sua festa fino a mattina, salutando il pubblico con “Heroes” di Bowie. Il canto che si leva al Ray Ban Stage è un saluto al festival ed un sentito tributo al grande musicista prematuramente scomparso.

Così, sotto a un sole accecante, l’esercito del Primavera raccoglie le ultime forze per dirigersi verso la fermata della metro più vicina, con il pensiero già rivolto verso la prossima edizione.

| di Tommaso Da Settimo

Foto: © Filippo Laforgia

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