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Recensione / Outcast

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Mentre è già cominciata la spasmodica, per qualcuno, attesa della settima stagione televisiva di “The Walking Dead” e procede con ritmo incessante l’uscita in edicola del fumetto da cui tutto è partito, è tempo per Kirkman e soci di cavalcare la nuova idea del prolifico sceneggiatore americano che, ormai oltre un anno fa, ha dato alle stampe la sua nuova creatura, “Outcast”, diventata di pubblico dominio anche per i fedelissimi del piccolo schermo. La storia è semplice. Kyle Barnes, uomo dal passato tormentato dalle possessioni demoniache sfida il satanasso, aiutando il reverendo Anderson a salvare i dannati. Ma lui è il “reietto” (“outcast” appunto) e i posseduti che deve esorcizzare lo sanno. Presentata in anteprima italiana a Roma (Rome è d’altronde la cittadina statunitense fittizia dove si svolge la storia), in attesa di arrivare in tv oltreoceano a partire dal 3 Giugno e da noi dal 6, è passata in un esclusivo streaming (il primo episodio) sulla pagina ufficiale della Fox che ha acquisito i diritti per la distribuzione mondiale.

Quindi, com’è questo “Outcast”? Per dirlo dobbiamo fare un passo indietro. Il fumetto da noi esce bimestralmente e in un bianco & nero unico per la versione nostrana. Due fatti (la cadenza dilata e la scelta grafica) che permettono al lettore di immergersi maggiormente nella atmosfere inquiete di queste storie di possessioni nel cuore della provincia americana e che non possono non far riflettere su come certe scelte artistiche e distributive siano decisive nella valutazione di un’opera, al di là della narrativa stessa. Scelte peculiari che, come detto, influenzano non poco sulla percezione dell’acquirente italiano, costretto a convivere con le scorie lasciate dai singoli volumetti (di 45 pagine circa) in attesa del numero successivo in uscita due mesi dopo l’ultimo.

La serie televisiva, viceversa, garantisce 10 episodi, uno per settimana, e una seconda stagione già confermata. Evidente dunque che qua i tempi siano diversi. Là dove è il lettore a dettarli, complice con lo sceneggiatore, scegliendo quanto trattenersi sulle singole inquadrature (con la possibilità di tornare indietro o spingersi in avanti) qua è lo spettatore completamente in balia del creatore che sceglie come e in che termini somministrargli la storia. E tutto sembra correre maledettamente veloce rispetto al fumetto. Si poteva fare diversamente? Forse. Di certo il senso di inquietudine passa in secondo piano, lasciando negli occhi solo efficaci scene di esorcismo. L’inevitabile colore, familiare a chi legge il fumetto fuori dai confini italiani, evidenza poi quanto il bianco e nero, produttivamente scelta impossibile (ma lasciateci sognare), avrebbe certamente giovato per sottolineare certe situazioni. Se la serie, come il fumetto, ci farà passare notti insonni, invece, sarà solo il tempo a dircelo.

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